sabato, luglio 08, 2006

L'eterna promessa

Si può riassumere con questa formula il rapporto tra internet & politica. Rimaniamo nel campo della promessa, mai di compimento circostanziato. Eppure siamo pieni di esperti, libri, anche esempi. Sempre gli stessi a dire il vero: Howard Dean che raccoglie 40 milioni di dollari tramite il fund raising sulla rete. Peccato che alle primarie del partito democratico abbia preso una memorabile batosta da John Kerry. Che magari internet non lo sa neppure aprire, però dietro di sé aveva, come base di partenza, un patrimonio di 600 milioni di dollari frutto del matrimonio con Teresa Heinz (avete presente il ketchup? Lei…)
Mettiamo da parte sedicenti esempi e libri che ci magnificano le potenzialità della rete. Guardiamo invece ad un iniziativa che a prima vista sembra piuttosto concreta. La fonte ne è una garanzia: Wikipedia. È uscita in questi giorni la notizia che Jimmy Wales, fondatore della prima enciclopedia libera sul web, ha creato il primo portale dedicato alle campagne elettorali, aperto al contributo di tutti. Come per una normale voce enciclopedica,
http://campaigns.wikia.com/ si configura come uno spazio aperto al contributo di tutti coloro che seguono la politica. Soprattutto, coloro che vogliono uscire da una logica “broadcast”: la politica è ciò che i grandi media ci dicono essere.
Wales ha l’obiettivo opposto: un media “partecipativo” come internet, aperto a creare una politica partecipativa.
Aspetto più interessante è che nemmeno lui sa come fare. Parafrasando lo stesso Wales, lui mette a disposizione lo spazio, poi sarà la gente a riempirlo nel modo migliore. Ha funzionato con le voci enciclopediche, perché non dovrebbe farlo con la politica?
A pensarci bene l’idea è geniale. Creare un universo della politica a disposizione di tutti, dove poter aggiungere & prendere informazioni per aumentare il grado di consapevolezza dinanzi alle scelte politiche. Integrare le informazioni “broadcast” con quelle del territorio, di chi vive nel contesto più vicino possibile al potere che si va eleggendo. Creare un database, il più possibile oggettivo, per tutte le diverse forze in campo, che possa funzionare da bussola decisionale. Permettere maggiore democrazia garantendo l’accesso a tutte quelle forze che non hanno la possibilità di accedere ai media di massa. Infine, costruire una utile base di comparazione tra esperienze politiche diverse, provenienti da tutto il mondo.
Sembrano obiettivi realizzabili, non da libro dei sogni. Non si parla di far entrare nella tua casa il leader politico per farti spiegare di persona cosa vuole fare. Spazio – Contenuti – Scelta consapevole – Maggiore democrazia.
Lato negativo: la natura del materiale che entrerà in questo mare magnum. Il rischio di distorsione della scelta è enorme. Se io apro Wikipedia, e lo faccio fidandomi della sua apertura indiscriminata come elemento di imparzialità, e poi trovo soltanto voci e contenuti squilibrati, l’effetto sarà devastante. Significa tradire la fiducia di chi crede nella democraticità dello strumento. E soprattutto manipolare la scelta di chi non si fida più degli altri media, cerca imparzialità, e si ritrova la stesa partigianeria da cui andava fuggendo.
Ripeto, il rischio è alto. Per farsi un idea basta andare sul sito italiano di wikipedia, e provare a cercare i nomi dei politici di casa nostra. Soprattutto quelli di una certa parte politica (purtroppo sempre quella più sfortunata con i giornalisti….). Lo scenario è a volte imbarazzante: voci catalogate come “non imparziali”, o biografie che sembrano somigliare più che altro a vagonate di letame…
Spesso la contrapposizione politica spinge anche questo. Forse sarebbe meglio chiamarlo odio.
Fa schifo in Italia, figurarsi a livello mondiale…

sabato, luglio 01, 2006

Quello che poteva essere

Avere l’onestà intellettuale di dare ragione all’avversario può essere esercizio difficile. Credo però questa volta sia davvero necessario.
Cinque anni di governo nati sotto la bandiera del liberalismo. L’unica cultura politica che davvero si possa definire “vincente” della storia. Tutti sono liberalisti, a parole. Centrodestra e centrosinistra, consapevoli della forza del nome, del concetto. Concetto ormai “stiracchiato”, esempio massimo di concept stretching, per dirlo come il prof. Sartori. Al punto che fa comodo autodefinirsi liberali, come se ormai la parola non avesse più il suo giusto peso. La sua lunga tradizione, la sua storia.
Eppure dirsi liberali a parole funziona. Dà un aura di presentabilità maggiore alle proprie proposte.
“Io sono liberale!”. Come suona moderno. Peccato che nel momento in cui si abbia la possibilità di esserlo davvero, di concretizzare questo proprio essere esercitando la propria potestà, si inneschi inevitabilmente un circuito di aspettative deluse. La delusione, il distacco, la perdita di interesse, concetti ormai noti a chi ha guardato con interesse (e passione) ai cinque anni passati. Perché questi sono i sentimenti quando si comprende di non essere in grado fino in fondo di vedere realizzati i propri “ideali”. “ideali” tra virgolette, nel nome di quel liberalismo che è quanto di più lontano dal furore ideologico.
La delusione si diceva, quel senso di “tanto non cambia mai niente”. È un peccato davvero. Si poteva fare e non si è fatto. È ancora peggio quando a fare sono gli altri…
Senza dibattito, senza chiacchiere, senza inutili balletti di lobby, ieri il ministro Bersani ha emanato un decreto legge. E non è passato inosservato. Non si può fare finta di nulla di fronte al fatto che il primo passo verso la “rivoluzione liberale” (parole, purtroppo, di Romano Prodi) venga da un ministro DS. E non durante un convegno, o un articolo, una mera dichiarazione d’intenti.
No, immediata applicazione tramite decreto legge, con tanti saluti alla concertazione con le categorie professionali. O lobby, per meglio dire. Soprattutto quelle più avvelenate, come tassisti e farmacisti.
L’undici luglio avremo uno sciopero nazionale dei tassisti. Nulla da eccepire. Giusto che facciano sentire la propria voce, che spieghino il valore delle licenze e tutto il resto. Giusto anche che protestino per non essere stati ascoltati. Ma nonostante questo, e un po’ mi duole dirlo, nulla mi toglie la convinzione che la mossa di Bersani non sia stata sbagliata.
Lo strumento del decreto permette di dare una scossa, fare un primo passo, mettere in moto la macchina senza dover rinviare la partenza a “quando ci saranno le condizioni”. Spesso queste non arrivano mai…
Meglio iniziare, poi discutere. Resta un dubbio però. Le misure del decreto legge sono interessanti, ma non rivoluzionarie. Mettono mano per la prima volta su ciò che non si era mai osato toccare: i diritti, o per meglio dire i privilegi, acquisiti dalle “lobby d’Italia”.
Se sarà il primo passo verso la rivoluzione liberale è impossibile da stabilire.
Però, guardando indietro, almeno di cinque anni, qualche rimpianto non può non venire.