sabato, luglio 01, 2006

Quello che poteva essere

Avere l’onestà intellettuale di dare ragione all’avversario può essere esercizio difficile. Credo però questa volta sia davvero necessario.
Cinque anni di governo nati sotto la bandiera del liberalismo. L’unica cultura politica che davvero si possa definire “vincente” della storia. Tutti sono liberalisti, a parole. Centrodestra e centrosinistra, consapevoli della forza del nome, del concetto. Concetto ormai “stiracchiato”, esempio massimo di concept stretching, per dirlo come il prof. Sartori. Al punto che fa comodo autodefinirsi liberali, come se ormai la parola non avesse più il suo giusto peso. La sua lunga tradizione, la sua storia.
Eppure dirsi liberali a parole funziona. Dà un aura di presentabilità maggiore alle proprie proposte.
“Io sono liberale!”. Come suona moderno. Peccato che nel momento in cui si abbia la possibilità di esserlo davvero, di concretizzare questo proprio essere esercitando la propria potestà, si inneschi inevitabilmente un circuito di aspettative deluse. La delusione, il distacco, la perdita di interesse, concetti ormai noti a chi ha guardato con interesse (e passione) ai cinque anni passati. Perché questi sono i sentimenti quando si comprende di non essere in grado fino in fondo di vedere realizzati i propri “ideali”. “ideali” tra virgolette, nel nome di quel liberalismo che è quanto di più lontano dal furore ideologico.
La delusione si diceva, quel senso di “tanto non cambia mai niente”. È un peccato davvero. Si poteva fare e non si è fatto. È ancora peggio quando a fare sono gli altri…
Senza dibattito, senza chiacchiere, senza inutili balletti di lobby, ieri il ministro Bersani ha emanato un decreto legge. E non è passato inosservato. Non si può fare finta di nulla di fronte al fatto che il primo passo verso la “rivoluzione liberale” (parole, purtroppo, di Romano Prodi) venga da un ministro DS. E non durante un convegno, o un articolo, una mera dichiarazione d’intenti.
No, immediata applicazione tramite decreto legge, con tanti saluti alla concertazione con le categorie professionali. O lobby, per meglio dire. Soprattutto quelle più avvelenate, come tassisti e farmacisti.
L’undici luglio avremo uno sciopero nazionale dei tassisti. Nulla da eccepire. Giusto che facciano sentire la propria voce, che spieghino il valore delle licenze e tutto il resto. Giusto anche che protestino per non essere stati ascoltati. Ma nonostante questo, e un po’ mi duole dirlo, nulla mi toglie la convinzione che la mossa di Bersani non sia stata sbagliata.
Lo strumento del decreto permette di dare una scossa, fare un primo passo, mettere in moto la macchina senza dover rinviare la partenza a “quando ci saranno le condizioni”. Spesso queste non arrivano mai…
Meglio iniziare, poi discutere. Resta un dubbio però. Le misure del decreto legge sono interessanti, ma non rivoluzionarie. Mettono mano per la prima volta su ciò che non si era mai osato toccare: i diritti, o per meglio dire i privilegi, acquisiti dalle “lobby d’Italia”.
Se sarà il primo passo verso la rivoluzione liberale è impossibile da stabilire.
Però, guardando indietro, almeno di cinque anni, qualche rimpianto non può non venire.