La saggezza popolare
A guardare gli avvenimenti più noti degli ultimi mesi sembra esserci una costante: i luoghi comuni vengono puntualmente confermati. È il trionfo della “saggezza popolare”, corroborata da intercettazioni e numeri elettorali. Alcuni esempi per chiarire il concetto:
“Ma da dove esce fuori questo Ricucci? Chissà dove avrà preso tutti quei soldi…”
“La Juve ruba gli scudetti, tutto grazie a Moggi che compra gli arbitri e pilota il calciomercato”
“Per diventare famosa devi darla al potente di turno”
Poi sono arrivate le intercettazioni. E da luoghi comuni sono diventate occasione di commento, nonché metro di giudizio, di parte della nostra classe dirigente. Politica-economica-sportiva.
E per ognuno di questi luoghi comuni i giornali sono stati così bravi da inventare anche la formula magica: Bancopoli & Calciopoli. Manca il terzo. Ma la nostra incrollabile fiducia ci fa stare tranquilli sul futuro conio.
C’è un altro luogo comune che riguarda soprattutto i tecnici della politica. O perlomeno coloro che modestamente vi si avvicinano sentendosi un po’ Commissari Tecnici.
“Il popolo della sinistra va sempre a votare”. Anzi, ad essere sinceri sarebbe: “i Comunisti non se ne perdono una!”. Sembra proprio così.
È finita con il Referendum la lunga fase di transizione delle istituzioni che ha coinvolto il paese nel 2006. Politiche – Elezione del Presidente della Repubblica – Amministrative – Referendum.
Campagna elettorale continua. Conteggi & riconteggi. Abbozzi di dialogo, e più concreti scontri frontali. È stata dura, un percorso faticoso e accidentato, ma ora è finita.
Il risultato del referendum, favorevole al NO, ci lascia una altra palese dimostrazione di luogo comune ormai esplicitato. Senza la pretesa di risposte scientifiche. Emerge però un dato interessante. Più è alta l’affluenza alle urne, più il distacco tra le coalizioni si riduce. Punto massimo il pareggio ottenuto il 9 aprile quando l’affluenza, tra votanti in Italia e all’estero, arrivò al 83,6%.
Alle amministrative l’affluenza cala di circa 15 punti percentuali? Ecco che l’Unione riesce a conquistare la maggioranza di comuni & province in ballo.
Al referendum ci si ferma al 53,6%? Vittoria schiacciante dei contrari alla riforma del governo di centrodestra con il 61,3%. Tenendo presente che il superamento della barriera del 50% non avveniva in un referendum dal 1995 (estensione ai Comuni oltre i 15.000 abitanti dell’elezione diretta del Sindaco).
Viene spontanea, o almeno speriamo venga a chi di dovere, la necessità di un ampia riflessione sulla diversa composizione dell’elettorato delle due coalizioni. Forse lo si sapeva già da anni, fin dai tempi della Prima Repubblica. Il PCI che ottiene i voti di apparato, sempre fedeli e poco tendenti ad oscillazioni nel corso degli anni. La DC che però vince sommando una quota di voto di appartenenza, una di voto di opinione, ed una non indifferente di anticomunisti pronti a turarsi il naso.
Ma se questo si sapeva per la Prima Repubblica, come la mettiamo ora. Sono passati dodici anni, eppure, il centrodestra perde regolarmente alle elezioni amministrative, ed ora anche nella sfida referendaria più politicizzata. Alle politiche vince, o perlomeno (quasi) pareggia, grazie alla nazionalizzazione della campagna, legata all’indubbio peso di Berlusconi candidato in prima persona: Forza Italia primo partito d’Italia, e record di preferenze alle comunali di Milano (più di 50.000 voti) e Napoli (più di 10.000).
Ma perdere in tutte le competizioni intermedie ha un peso non indifferente sul clima d’opinione. Si chiama effetto bandwagon, più volgarmente “salire sul carro del vincitore”. E chissà che per i 24.000 voti di distacco non sia stata decisiva una fetta di elettorato che ha votato a sinistra solo perché convinto di una scontata vittoria.
La riflessione per il centrodestra deve investire il futuro. Non ha senso aspettare la rivincita tra cinque anni sapendo che tanto alle prossime Provinciali-Europee-Regionali comunque si andrà incontro a sconfitta certa. E né ha senso iniziare ora a parlare di leadership nazionale. Le battaglie della leadership vanno fatte a livello locale. Costruire per essere pronti già dalle Provinciali del 2008, con candidati che sappiano davvero dialogare con il territorio, o meglio con quella parte di elettorato che non voterebbe a sinistra, ma neanche ha la spinta a pronunciarsi per una consultazione locale. È da qui che bisogna iniziare. È finito il tempo della campagna permanente. Serve la politica, e non ci stancheremo mai di ripeterlo.
“Ma da dove esce fuori questo Ricucci? Chissà dove avrà preso tutti quei soldi…”
“La Juve ruba gli scudetti, tutto grazie a Moggi che compra gli arbitri e pilota il calciomercato”
“Per diventare famosa devi darla al potente di turno”
Poi sono arrivate le intercettazioni. E da luoghi comuni sono diventate occasione di commento, nonché metro di giudizio, di parte della nostra classe dirigente. Politica-economica-sportiva.
E per ognuno di questi luoghi comuni i giornali sono stati così bravi da inventare anche la formula magica: Bancopoli & Calciopoli. Manca il terzo. Ma la nostra incrollabile fiducia ci fa stare tranquilli sul futuro conio.
C’è un altro luogo comune che riguarda soprattutto i tecnici della politica. O perlomeno coloro che modestamente vi si avvicinano sentendosi un po’ Commissari Tecnici.
“Il popolo della sinistra va sempre a votare”. Anzi, ad essere sinceri sarebbe: “i Comunisti non se ne perdono una!”. Sembra proprio così.
È finita con il Referendum la lunga fase di transizione delle istituzioni che ha coinvolto il paese nel 2006. Politiche – Elezione del Presidente della Repubblica – Amministrative – Referendum.
Campagna elettorale continua. Conteggi & riconteggi. Abbozzi di dialogo, e più concreti scontri frontali. È stata dura, un percorso faticoso e accidentato, ma ora è finita.
Il risultato del referendum, favorevole al NO, ci lascia una altra palese dimostrazione di luogo comune ormai esplicitato. Senza la pretesa di risposte scientifiche. Emerge però un dato interessante. Più è alta l’affluenza alle urne, più il distacco tra le coalizioni si riduce. Punto massimo il pareggio ottenuto il 9 aprile quando l’affluenza, tra votanti in Italia e all’estero, arrivò al 83,6%.
Alle amministrative l’affluenza cala di circa 15 punti percentuali? Ecco che l’Unione riesce a conquistare la maggioranza di comuni & province in ballo.
Al referendum ci si ferma al 53,6%? Vittoria schiacciante dei contrari alla riforma del governo di centrodestra con il 61,3%. Tenendo presente che il superamento della barriera del 50% non avveniva in un referendum dal 1995 (estensione ai Comuni oltre i 15.000 abitanti dell’elezione diretta del Sindaco).
Viene spontanea, o almeno speriamo venga a chi di dovere, la necessità di un ampia riflessione sulla diversa composizione dell’elettorato delle due coalizioni. Forse lo si sapeva già da anni, fin dai tempi della Prima Repubblica. Il PCI che ottiene i voti di apparato, sempre fedeli e poco tendenti ad oscillazioni nel corso degli anni. La DC che però vince sommando una quota di voto di appartenenza, una di voto di opinione, ed una non indifferente di anticomunisti pronti a turarsi il naso.
Ma se questo si sapeva per la Prima Repubblica, come la mettiamo ora. Sono passati dodici anni, eppure, il centrodestra perde regolarmente alle elezioni amministrative, ed ora anche nella sfida referendaria più politicizzata. Alle politiche vince, o perlomeno (quasi) pareggia, grazie alla nazionalizzazione della campagna, legata all’indubbio peso di Berlusconi candidato in prima persona: Forza Italia primo partito d’Italia, e record di preferenze alle comunali di Milano (più di 50.000 voti) e Napoli (più di 10.000).
Ma perdere in tutte le competizioni intermedie ha un peso non indifferente sul clima d’opinione. Si chiama effetto bandwagon, più volgarmente “salire sul carro del vincitore”. E chissà che per i 24.000 voti di distacco non sia stata decisiva una fetta di elettorato che ha votato a sinistra solo perché convinto di una scontata vittoria.
La riflessione per il centrodestra deve investire il futuro. Non ha senso aspettare la rivincita tra cinque anni sapendo che tanto alle prossime Provinciali-Europee-Regionali comunque si andrà incontro a sconfitta certa. E né ha senso iniziare ora a parlare di leadership nazionale. Le battaglie della leadership vanno fatte a livello locale. Costruire per essere pronti già dalle Provinciali del 2008, con candidati che sappiano davvero dialogare con il territorio, o meglio con quella parte di elettorato che non voterebbe a sinistra, ma neanche ha la spinta a pronunciarsi per una consultazione locale. È da qui che bisogna iniziare. È finito il tempo della campagna permanente. Serve la politica, e non ci stancheremo mai di ripeterlo.




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